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Posts Tagged ‘Il Curandero di Chichicastenango’

Un viaggio straordinario tra i maya e i loro rituali in una delle zone più belle del Guatemala, inseguendo lo sciamano Don Tomàs e la pietra del sacrificio di Pascual Abaj.

Sono partito da La Antigua di primo mattino, utilizzando uno dei tanti coloratissimi e affollatissimi pullman locali con destinazione Chichicastenango, la città sacra degli indiani Maya-Quichè. Sono arrivato a destinazione quattro ore e mezzo più tardi, dopo aver attraversato ampie vallate, alte montagne e ripidi declivi. Nonostante la posizione isolata e l’altitudine (2030 metri), “Chichi” è sempre stata un importante nodo commerciale, come testimonia il fiorente mercato che la anima ogni domenica. Ma questa città è anche molto di più, è un luogo dove sacro e profano si fondono, in un insieme di riti frutto di una storia segnata dalla violenza lontana dei Conquistadores europei e da quella a noi più vicina degli “squadroni della morte” degli anni ’80, assoldati dagli ultimi regimi totalitari guatemaltechi (vedi i libri di Rigoberta Menchù, premio Nobel per la pace nel 1992).

La terra dei Maya-Quichè

Siamo sull’altopiano guatemalteco nella regione dei Maya-Quichè, una delle etnie più importanti e maggiormente radicate tra le diverse che compongono il vasto “arcipelago” delle identità indigene del Guatemala. Qui le tradizioni religiose e spirituali della popolazione locale, formata per oltre il 75 per cento da indigeni puri, non hanno mai cessato di esistere. Le comunità Maya continuano, nonostante l’intreccio con elementi della religione cattolica portata dagli spagnoli all’epoca dell’occupazione, ad organizzare la propria vita sociale e collettiva intorno al culto degli antenati, del mais, del sole, della madre terra, degli spiriti della montagna. Chichicastenango universalmente famosa per il suo mercato indigeno, uno dei più grandi e caratteristici del Guatemala e per i costumi dei suoi abitanti, straordinariamente colorati. Ma era per un altro motivo che mi trovavo lì.

I rituali di santo Tomàs

Volevo nuovamente incontrare Don Tomàs Pajajoj, curandero e sacerdote maya, con il quale in passato ho vissuto una straordinaria esperienza sciamanica. Don Tomàs è un chuchkajau (letteralmente “madre-padre”) è uno dei capi spirituali più stimati dalla folta comunità indigena di “Chichi”. E’ sorprendente vedere i Chuchkajaues avvolti da nuvole di fumo officiare davanti alla chiesa di Santo Tomàs, posta sul lato est della piazza del mercato. Agitando rudimentali incensieri nei quali brucia una resina locale (pom), gli officianti recitano magiche parole e preghiere secolari in omaggio all’antico calendario Maya e ai loro antenati, offrendo al contempo chicchi di mais, frutta, mazzi di fiori, tabacco, bottiglie di liquore e decine e decine di candele colorate.

Inseguendo lo sciamano

Proprio qui incontrai per la prima volta Don Tomàs. Ricordo che gli bastò un’occhiata per “leggermi dentro” e ancor prima che io parlassi, giocando d’anticipo, mi fece capire che il giorno successivo avremmo potuto rivederci. Nacque subito tra noi un’amicizia sincera non verbale, anzi, quasi esclusivamente “sensoriale”, visto che Don Tomàs parlava pochissimo lo spagnolo ed io possedevo una scarsissima conoscenza del maya-quichè. Questa volta,però, non volevo sprecare nemmeno un minuto, così depositai bagagli in un discreto hotel nelle vie del centro e andai diritto a casa sua. Quando finalmente c’incontrammo, grazie alla collaborazione di un giovane maya che faceva da traduttore la comunicazione acquistò molta più fluidità. Don Tomàs, felice di rivedermi, mi abbracciò calorosamente. Volle sapere della famiglia, del mio lavoro di terapeuta, del rapporto con i Curanderos Andini. “Ora vediamo cosa posso fare per te”, disse invitandomi a sedere intorno ad un tavolo sul quale troneggiavano alcune pietre consacrate e, dopo aver aperto un piccolo telo contenente un centinaio di fagioli rossi simili ai wairuru peruviani. Recitò un’invocazione in maya-quichè, poi cominciò a separare i fagioli creando prima piccoli mucchietti e poi scambiando i fagioli tra i singoli gruppi per metterli a coppie. Io osservavo in totale silenzio. Don Tomàs era molto concentrato, stava operando con molto intento e ad un certo punto cominciò a descrivere ciò che vedeva: “E’ giunto il momento di portare a termine il lavoro che abbiamo iniziato alcuni anni fa. Inoltre vedo nel tuo corpo fisico un problema di salute che deve essere risolto. Pascual Abaj ti sta aspettando. Oggi e domani ti recherai al santario facendo alcune offerte nel modo in cui di indicherò e all’alba di dopodomani, prima che faccia giorno, ci recheremo insieme dal Signore della Montagna. Verrai a casa mia alle sei in punto del mattino: è importante praticare prima che arrivino i turisti curiosi. Mi occuperò io di tutto l’occorrente”.

Il giorno del rituale

Eseguii alla lettera le indicazioni impartitemi e il giorno stabilito mi recai all’appuntamento. Era ancora buio quando uscii dall’albergo e le strade erano già piene di gente per il mercato. Dopo aver dormito all’aperto improvvisando estemporanei giacigli, i venditori stavano allestendo le tipiche bancarelle con pali di legno e teli di stoffa. Alcuni sembravano ignorarmi, altri mi guardarono incuriositi perché normalmente nessun “bianco” gira a quell’ora, da solo, per le strette vie acciottolate della città. Ma io mi sentivo tranquillo e salutavo tutti coloro che incontravo con molto rispetto e partecipazione. Lungo il tragitto che porta al santuario, ero già in compagnia di Don Tomàs, ci fermammo solo una volta per comprare sei uova. Eravamo d’accordo con il giovane apprendista che ci avrebbe raggiunto al santuario solo più tardi. Era stupefacente vedere Don Tomàs che, all’età di settantaquattro anni, con entrambe le mani impegnate da macete, bastone, sacchetto di uova e con un fagotto pesantissimo sulla schiena, si muoveva con la stessa agilità di uno scoiattolo sul ripido sentiero di quella montagna chiamata Turukaj. Il santuario di Pascal Tak’ah (“pianoro della montagna”) è una divinità legata al culto di madre terra e qui rappresentata da un idolo di pietra dal volto umano, del tutto simile a quelli dell’isola di Pasqua. In questo luogo sacro i sacerdoti maya officiano riti antichissimi, spesso sacrificando polli, cosa non prevista dalla cerimonia che Don Tomàs si apprestava a compiere.

L’arcobaleno del curandero

Il rituale cominciò alle sette in punto, con le prime luci del giorno. L’atmosfera magica, quasi surreale creata da Don Tomàs, associata all’energia del luogo mi fecero immediatamente cambiare il livello di coscienza. Il mio corpo si muoveva istintivamente e, confortato da una conoscenza che il buon Carlos Castaneda avrebbe definito “silenziosa”, sapeva esattamente, al di là delle parole, cosa stesse succedendo, cosa potevo o non potevo fare. Alle sette e trenta, come previsto, arrivò il giovane apprendista e da quel momento tutto aumentò d’intensità.Ogni tanto Don Tomàs mi lanciava rapide occhiate per controllare il mio “esserci” e per farmi capire come stavano andando le cose. Ad un certo punto iniziò a piovere; una pioggia fine, ma insistente. “Buon segno – annuì Don Tomàs – lo Spirito ci sta aiutando a tenere lontano i turisti”. Passarono due ore e mezzo senza che nessuno si facesse vivo, così potemmo godere dell’esclusività di quel luogo magico! Poco prima che la cerimonia terminasse smise di piovere e nel cielo comparvero due bellissimi arcobaleni. Don Tomàs sembrava molto soddisfatto del lavoro compiuto e con un sorriso da bambino che diventava via via sempre più ampio su quel volto segnato da grandi fatiche, si rivolse a me dicendo: “Adesso sei veramente un curandero e poiché lo sei, ti chiedo, di fronte a Pascual Abaj, di curare la vista e l’udito di questo vecchio maya”. Una richiesta che mi colmò di emozione.

La pietra curativa di Pascual Abaj

Presi una delle mie pietre curative del Perù che avevo “caricato” durante la cerimonia e con tutto l’amore e la riconoscenza che provavo per Don Tomàs mi accinsi a praticare per lui ciò che i Curanderos Andini chiamano il lingua quechua «Quya Hampeq’» (guarigione con pietra curativa); una sorta di pulizia del corpo energetico. Tornammo in città e attraversammo la piazza del mercato, brulicante di gente. Erano le undici e mezza e poiché nessuno di noi fino a quel momento aveva mangiato, offrii a Don Tomàs, al suo allievo e a me stesso un lauto pasto nel ristorante Tziguan Tinamit che in lingua maya-quichè significa “circondata dai canyon”, antico nome della città di Chichicasenango. Frequentai Don Tomàs alcuni giorni ancora prima di ripartire. Durante l’ultimo incontro mi fece dono di una sua pietra consacrata. “Questa pietra – mi spiegò – è uno dei miei migliori amici, è da lungo tempo che sta con me. Ora è tua, ti sarà utile lungo il cammino”. Ci stringemmo entrambe le mani e rimanemmo in silenzio per alcuni lunghi istanti, guardandoci negli occhi, lucidi di commozione. “Abbi cura di te stesso – aggiunse il vecchio curandero – e usa bene il tuo potere. Pascual Abaj sarà sempre al tuo fianco. Mi piacerebbe venire in Italia, ma credo sia più facile vederci di nuovo qui. La prossima volta che verrai, porta con te altre persone, così sapranno che nel Quichè ancora vive lo spirito degli antichi Maya”.

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Articolo originario dell’autore, tratto da “a.a.m.terra nuova” mese di Aprile 2003.

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