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Benvenuto/a nel mio sito web-blog

 Bienvenido/a a mi sitio web-blog

 

Entrando in questo sito troverai sicuramente un mucchio di errori e di imperfezioni, soprattutto sotto il profilo informatico.     

Tutto ciò per me è normale, io sono una persona altamente imperfetta e decisamente fallibile; un vero e proprio naufrago fra le onde impetuose dell’oceano telematico.

Ciò nonostante sono felice di poterti ospitare quassù, anche solo per pochi minuti, affichè tu possa conoscere meglio ciò che sto combinando in questa mia vita e magari, proprio attraverso le mie esperienze e i miei contatti, offrirti la possibilità di toccare lievemente quel filo sottile che porta al sorprendente mondo dello sciamanesimo.

Mondo, di cui io sarò sempre felicemente apprendista o, come diceva un mio antico fratello: “un tentativo di guerriero contento”.

 

  Mitakuye Oyasin                               Ayllu Masikunapa

 (per tutte le mie relazioni)                (somos todos familia)

                                       Tamborhablante                              

         (es mi nombre espirituàl)

 foto di Edward S. Curtis, tratta dal libro “Sai Che Gli Alberi Parlano?” Edizioni IL PUNTO D’INCONTRO – Vicenza 1992 e qui pubblicata per gentile concessione dell’Editore.

 Per noi indiani l’amicizia è sacra,

 

è considerata la prova più rigorosa di un buon carattere.

 

Noi pensiamo che sia facile essere leali verso la propria famiglia e il proprio clan

 

poiché è lo stesso sangue che scorre nelle vene.

 

(…..)

 

Ma avere un amico ed essergli fedele

 

in un qulsiasi frangente

 

è la prova di un uomo vero!

 

 

(Ohiyesa, Charles Alexander Eastman, Santee Dakota)

Tratto da “Il Grande Spirito parla al nostro cuore” – Red Edizioni, Como 1995

La mitica “Ovest” fine anni ‘70

una  fantastica esperienza tribale!

 

“Non sono un ubriaco, ma neppure un santo.

Un medicine man non deve essere un “santo”…

deve poter cadere in basso quanto un pidocchio ed elevarsi come un aquila…

Deve essere dio e diavolo insieme.

Essere un buon medicine man significa trovarsi nel mezzo di una tormenta e non mettersi al riparo.

Significa sperimentare la vita in tutte le sue espressioni.

Significa fare il pazzo ogni tanto.

Anche questo è sacro.”

                                            Capriolo Zoppo,

                                                Sciamano Lakota

 

                                                                                  

“La vecchiaia non è rispettabile come la morte,

 

ma la maggior parte della gente la preferisce.”

 

 

                                             (Two Leggings, Crow)

 

Tratto da “ Il Grande Spirito parla al nostro cuore”, Red Edizioni – Como 1995

 

 

Dedicata all’Amico “Dadà” (Antonio D’Adamo)

 

6-1-1960 — 30-1-2005

 

Ovunque tu sia!

  

 foto tratta dal libretto del Festival Internazionale “CELTICA” – Valle d’Aosta, Terra della Grande Orsa – luglio 2002 – Ed. TRENTINI

 
 
 
 

 

Un viaggio straordinario tra i maya e i loro rituali in una delle zone più belle del Guatemala, inseguendo lo sciamano Don Tomàs e la pietra del sacrificio di Pascual Abaj.

Sono partito da La Antigua di primo mattino, utilizzando uno dei tanti coloratissimi e affollatissimi pullman locali con destinazione Chichicastenango, la città sacra degli indiani Maya-Quichè. Sono arrivato a destinazione quattro ore e mezzo più tardi, dopo aver attraversato ampie vallate, alte montagne e ripidi declivi. Nonostante la posizione isolata e l’altitudine (2030 metri), “Chichi” è sempre stata un importante nodo commerciale, come testimonia il fiorente mercato che la anima ogni domenica. Ma questa città è anche molto di più, è un luogo dove sacro e profano si fondono, in un insieme di riti frutto di una storia segnata dalla violenza lontana dei Conquistadores europei e da quella a noi più vicina degli “squadroni della morte” degli anni ’80, assoldati dagli ultimi regimi totalitari guatemaltechi (vedi libri di Rigoberta Menchù, premio Nobel per la pace nel 1992).

La terra dei Maya-Quichè

Siamo sull’altopiano guatemalteco nella regione dei Maya-Quichè, una delle etnie più importanti e maggiormente radicate tra le diverse che compongono il vasto “arcipelago” delle identità indigene del Guatemala. Qui le tradizioni religiose e spirituali della popolazione locale, formata per oltre il 75 per cento da indigeni puri, non hanno mai cessato di esistere. Le comunità Maya continuano, nonostante l’intreccio con elementi della religione cattolica portata dagli spagnoli all’epoca dell’occupazione, ad organizzare la propria vita sociale e collettiva intorno al culto degli antenati, del mais, del sole, della madre terra, degli spiriti della montagna. Chichicastenango universalmente famosa per il suo mercato indigeno, uno dei più grandi e caratteristici del Guatemala e per i costumi dei suoi abitanti, straordinariamente colorati. Ma era per un altro motivo che mi trovavo lì.

I rituali di santo Tomàs

Volevo nuovamente incontrare Don Tomàs Pajajoj, curandero e sacerdote maya, con il quale in passato ho vissuto una straordinaria esperienza sciamanica. Don Tomàs è un chuchkajau (letteralmente “madre-padre”) è uno dei capi spirituali più stimati dalla folta comunità indigena di “Chichi”. E’ sorprendente vedere i Chuchkajaues avvolti da nuvole di fumo officiare davanti alla chiesa di Santo Tomàs, posta sul lato est della piazza del mercato. Agitando rudimentali incensieri nei quali brucia una resina locale (pom), gli officianti recitano magiche parole e preghiere secolari in omaggio all’antico calendario Maya e ai loro antenati, offrendo al contempo chicchi di mais, frutta, mazzi di fiori, tabacco, bottiglie di liquore e decine e decine di candele.

Inseguendo lo sciamano

Proprio qui incontrai per la prima volta Don Tomàs. Ricordo che gli bastò un’occhiata per “leggermi dentro” e ancor prima che io parlassi, giocando d’anticipo, mi fece capire che il giorno successivo avremmo potuto rivederci. Nacque subito tra noi un’amicizia sincera non verbale, anzi, quasi esclusivamente “sensoriale”, visto che Don Tomàs parlava pochissimo lo spagnolo ed io possedevo una scarsissima conoscenza del maya-quichè. Questa volta,però, non volevo sprecare nemmeno un minuto, così depositai bagagli in un discreto hotel nelle vie del centro e andai diritto a casa sua. Quando finalmente c’incontrammo, grazie alla collaborazione di un giovane maya che faceva da traduttore la comunicazione acquistò molta più fluidità. Don Tomàs, felice di rivedermi, mi abbracciò calorosamente. Volle sapere della famiglia, del mio lavoro di terapeuta, del rapporto con i Curanderos Andini. “Ora vediamo cosa posso fare per te”, disse invitandomi a sedere intorno ad un tavolo sul quale troneggiavano alcune pietre consacrate e, dopo aver aperto un piccolo telo contenente un centinaio di fagioli rossi simili ai wairuru peruviani. Recitò un’invocazione in maya-quichè, poi cominciò a separare i fagioli creando prima piccoli mucchietti e poi scambiando i fagioli tra i singoli gruppi per metterli a coppie. Io osservavo in totale silenzio. Don Tomàs era molto concentrato, stava operando con molto intento e ad un certo punto cominciò a descrivere ciò che vedeva: “E’ giunto il momento di portare a termine il lavoro che abbiamo iniziato alcuni anni fa. Inoltre vedo nel tuo corpo fisico un problema di salute che deve essere risolto. Pascual Abaj ti sta aspettando. Oggi e domani ti recherai al santario facendo alcune offerte nel modo in cui di indicherò e all’alba di dopodomani, prima che faccia giorno, ci recheremo insieme dal Signore della Montagna. Verrai a casa mia alle sei in punto del mattino: è importante praticare prima che arrivino i turisti curiosi. Mi occuperò io di tutto l’occorrente”.

Il giorno del rituale

Eseguii alla lettera le indicazioni impartitemi e il giorno stabilito mi recai all’appuntamento. Era ancora buio quando uscii dall’albergo e le strade erano già piene di gente per il mercato. Dopo aver dormito all’aperto improvvisando estemporanei giacigli, i venditori stavano allestendo le tipiche bancarelle con pali di legno e teli di stoffa. Alcuni sembravano ignorarmi, altri mi guardarono incuriositi perché normalmente nessun “bianco” gira a quell’ora, da solo, per le strette vie acciottolate della città. Ma io mi sentivo tranquillo e salutavo tutti coloro che incontravo con molto rispetto e partecipazione. Lungo il tragitto che porta al santuario, ero già in compagnia di Don Tomàs, ci fermammo solo una volta per comprare sei uova. Eravamo d’accordo con il giovane apprendista che ci avrebbe raggiunto al santuario solo più tardi. Era stupefacente vedere Don Tomàs che, all’età di settantaquattro anni, con entrambe le mani impegnate da macete, bastone, sacchetto di uova e con un fagotto pesantissimo sulla schiena, si muoveva con la stessa agilità di uno scoiattolo sul ripido sentiero di quella montagna chiamata Turukaj. Il santuario di Pascal Tak’ah (“pianoro della montagna”) è una divinità legata al culto di madre terra e qui rappresentata da un idolo di pietra dal volto umano, del tutto simile a quelli dell’isola di Pasqua. In questo luogo sacro i sacerdoti maya officiano riti antichissimi, spesso sacrificando polli, cosa non prevista dalla cerimonia che Don Tomàs si apprestava a compiere.

L’arcobaleno del curandero

Il rituale cominciò alle sette in punto, con le prime luci del giorno. L’atmosfera magica, quasi surreale creata da Don Tomàs, associata all’energia del luogo mi fecero immediatamente cambiare il livello di coscienza. Il mio corpo si muoveva istintivamente e, confortato da una conoscenza che il buon Carlos Castaneda avrebbe definito “silenziosa”, sapeva esattamente, al di là delle parole, cosa stesse succedendo, cosa potevo o non potevo fare. Alle sette e trenta, come previsto, arrivò il giovane apprendista e da quel momento tutto aumentò d’intensità. Ogni tanto Don Tomàs mi lanciava rapide occhiate per controllare il mio “esserci” e per farmi capire come stavano andando le cose. Ad un certo punto iniziò a piovere; una pioggia fine, ma insistente. “Buon segno – annuì Don Tomàs – lo Spirito ci sta aiutando a tenere lontano i turisti”. Passarono due ore e mezzo senza che nessuno si facesse vivo, così potemmo godere dell’esclusività di quel luogo magico! Poco prima che la cerimonia terminasse smise di piovere e nel cielo comparvero due bellissimi arcobaleni. Don Tomàs sembrava molto soddisfatto del lavoro compiuto e con un sorriso da bambino che diventava via via sempre più ampio su quel volto segnato da grandi fatiche, si rivolse a me dicendo: “Adesso sei veramente un curandero e poiché lo sei, ti chiedo, di fronte a Pascual Abaj, di curare la vista e l’udito di questo vecchio maya”. Una richiesta che mi colmò di emozione.

La pietra curativa di Pascual Abaj

Presi una delle mie pietre curative del Perù che avevo “caricato” durante la cerimonia e con tutto l’amore e la riconoscenza che provavo per Don Tomàs mi accinsi a praticare per lui ciò che i Curanderos Andini chiamano il lingua quechua «Quya Hampeq’» (guarigione con pietra curativa); una sorta di pulizia del corpo energetico. Tornammo in città e attraversammo la piazza del mercato, brulicante di gente. Erano le undici e mezza e poiché nessuno di noi fino a quel momento aveva mangiato, offrii a Don Tomàs, al suo allievo e a me stesso un lauto pasto nel ristorante Tziguan Tinamit che in lingua maya-quichè significa “circondata dai canyon”, antico nome della città di Chichicasenango. Frequentai Don Tomàs alcuni giorni ancora prima di ripartire. Durante l’ultimo incontro mi fece dono di una sua pietra consacrata. “Questa pietra – mi spiegò – è uno dei miei migliori amici, è da lungo tempo che sta con me. Ora è tua, ti sarà utile lungo il cammino”. Ci stringemmo entrambe le mani e rimanemmo in silenzio per alcuni lunghi istanti, guardandoci negli occhi, lucidi di commozione. “Abbi cura di te stesso – aggiunse il vecchio curandero – e usa bene il tuo potere. Pascual Abaj sarà sempre al tuo fianco. Mi piacerebbe venire in Italia, ma credo sia più facile vederci di nuovo qui. La prossima volta che verrai, porta con te altre persone, così sapranno che nel Quichè ancora vive lo spirito degli antichi maya”.

Galleria:

Articolo originario dell’autore, tratto da “a.a.m.terra nuova” mese di Aprile 2003.

 

Voglio rendervi partecipi di una bella esperienza vissuta in compagnia di amici e di allievi dei corsi di medicina sciamanica che si stanno svolgendo periodicamente a Bologna.
Ci siamo ritrovati sulla sponda destra (quella ferrarese, per intenderci) del fiume Po, il nonno fiume padre della pianura, in un luogo assolutamente unico (e magico): il Bosco di Porporana!!
Questo piccolo ma antico bosco golenale stava per scomparire già una decina di anni fa per far posto al solito e monotono “pioppeto industriale” per ricavarne carta igienica e quant’altro….se non che, l’azione decisa ed efficace dell’Associazione di volontariato A.R.E.A. (Asociazione per il Recupero delle Essenze Autoctone) da me fondata e allora presieduta, riuscì

ad impedirne la devastazione.
Oggigiorno il Bosco è visitato da decine e decine di scolaresche durante l’anno scolastico: il potere dell’intento!!!

Il pretesto era quello di festeggiare il mio compleanno….la vera esigenza era quella di condividere un momento di profondo contatto con Madre Natura in un luogo di rara bellezza. In effetti così e stato; immersi nel verde brillante che accompagna il fluire del grande fiume abbiamo condiviso un’offerta rituale “Haiawariska a Pachamama” (offerta a Madre Terra), da me compiuta secondo la tradizione Andina. Io sono “Altomisayoq”, ho l’investitura del sacerdozio andino fin dai primi anni ‘90, perciò sono “autorizzato” a compiere certi rituali.

A tutte le persone intervenute ho chiesto di portare un fiore da donare al Mayu Po (Spirito del fiume Po), affinchè possa aiutarci ad riconoscere in noi stessi la “fluidità”, la capacità di “rinnovamento” e quella di “portare a termine i progetti”; tutte qualità di cui il nonno fiume è Maestro!!Ho chiesto inoltre ad ognuno di portare un dolcetto (che è stato “omeopaticamente” inserito nell’offerta alla Pachamama) per restituire, in modo simbolico, i doni che Madre Terra continuamente ci offre per il nostro sostentamento.
Alla Grande Madre abbiamo chiesto di continuare a sostenerci e di darci la sua forza “kallpachiwayku, kallpaikita qowayku hatun mama…” per vivere sani e per poter realizzare le nostre visioni!
Il “despacho” è poi stato inviato e, devo dire, molto ben accolto!!!
Alla fine è tutto sfociato in un mare di dolcezza, fra torte biologiche e non……..
La visita al Bosco Vecchio sulla via del ritorno ha infine concluso la giornata fra Olmi secolari, Querce,

Pioppi, Sorbi e rare piante spontanee, molte delle quali protette dalla Regione Emilia-Romagna.
Sicuramente, ripeteremo la visita agli amici non umani di questo meraviglioso ambiente!
Chiunque è interessato può contattarmi tramite il forum. Ah, tengo a precisare, questo genere di incontri NON HA UN COSTO!!
Chi vuole, a propria discrezione, può portare un dono o fare un’offerta se così si sente meglio…..ma la spiritualità rituale dei popoli nativi, per quanto mi riguarda, NON PUO’ ESSERE MERCIFICATA!! Esiste già troppa “prostituzione spirituale” in giro per il mondo!!!!
Un abrazo de todo Munay (poder del amòr)!!!

Tamborhablante

Preparazione rituale per inviare il “despacho”.

Hatun Mallki (grande albero in lingua Quechua) sul cui ramo è splendidamente scolpito un alce. L’albero è un Gelso bianco

 

 

 

 

 

 

 

 

e l’opera d’arte è di Madre Natura!!

 

 

 

 

 

 

 

 

Nahuel il “Nagual”; la vera guida della nostra spedizione…….